Intorno all’anno 480, nella città di Frosinone, viveva una coppia di giovani sposi che, sebbene vivessero in un periodo di decadenza e di barbarie, versavano in una condizione di relativa agiatezza. Si chiamavano rispettivamente Ormisda e Caria di Capua e in quel periodo, dalla loro unione, nacque il loro unico figlio: Celico Silverio. Della sua infanzia si sa solo che dovette separarsi ben presto dall’affetto materno e che, in seguito a quella prematura scomparsa, si trasferì a Roma insieme con il padre, Ormisda.

Papa Ormisda

Papa Ormisda

Quest’ultimo trovò conforto presso i chierici della Chiesa romana, divenne diacono di Papa Simmaco e venne eletto a sua volta Papa il giorno dopo la morte del suo predecessore. Era il 20 Luglio del 514. Fino a quel giorno Silverio aveva ricevuto dal padre un’educazione seria e cristiana e seguì le sue orme divenendo suddiacono. Ormisda fu un grande Papa. Egli governò la Chiesa di Roma nel periodo in cui in Italia regnava Teodorico, re dei Goti, e in Oriente Anastasio, imperatore bizantino. Nonostante quella situazione riuscì, durante i suoi nove anni di pontificato, a ricucire lo scisma all’interno della Chiesa in Italia, sottoscrisse una formula teologica con Giustiniano durante il concilio di Costantinopoli, passata alla storia come “formula Ormisda”, con la quale ribadì l’autorità del Papa e bandì tutte le eresie imperversanti. Restituì ai loro Ministeri i vescovi cattolici cacciati dall’Africa e confinati in Sardegna dai Vandali e debellò una schiera di monaci sciiti che, giunti a Roma, pubblicizzavano una “formula magica” che avrebbe, a loro detta, dovuto risolvere ogni controversia cristologica in quei tempi difficili. Era quindi naturale che con cotanto padre, il giovane Silverio fosse stimato ed amato. D’altro canto egli nutriva un grande amore ed un profondo rispetto verso il genitore tanto che, alla morte di quest’ultimo, compose un’iscrizione funebre di altissimo valore storico: l’UNICO documento letterario lasciato da Silverio, che testimonia l’attività di Sant’Ormisda e che allo stesso tempo svela il sentimento che il nostro Santo Patrono nutriva verso suo padre.

L’epigrafe recita così:

Versione in Latino

Quanvis digna tuis non sint, pater, ista sepulcris

Nec titulus egeat clarificata fides,

Sume tamen laudes, quas Petri captus amore,

Extremo veniens hospens ab orbe legat.

Sanasti patriae laceratum shismate corpus,

Restituens propriins membra revulsa locis

Imperio devicta pio tibi Graecia cessit,

Amissam laetatur multos captiva per annos,

Pontifices precibus promeruisse tuis.

Haec ego Silverius, quamvis mihi dura, notavi,

Ut possent tumulis fixa manere diu.

Versione in Italiano

Sebbene, o padre, queste parole non siano eccelse, quanto il tuo sepolcro,

e la fede glorificata non abbia bisogno di iscrizioni,

accetta tuttavia le lodi che il pellegrino, attratto qui dall’amore di Pietro,

potrà leggere, giungendovi dagli estremi confini della terra.

Hai tu risanato il corpo della patria, gia lacerato dai dissidi,

restituendo nelle proprie sedi i membri che erano stati avulsi.

Al tuo paterno comando s’è arresa la Grecia, giubilante per aver ritrovato la sua fede perduta.

L’Africa, schiava da molti anni, s’allieta d’aver meritato il ritorno dei suoi vescovi per le tue preghiere.

Io stesso, Silverio, sebbene a malincuore, ho notato questi particolari, affinché sulla tua tomba restino scolpiti per sempre.